Dom. Dic 8th, 2019

Inaugurata la “Delirium Room”, il San Donato è tra i primi in Italia

Si chiama “Delirium Room” ed è un progetto di rilievo scientifico internazionale per la presa in carico di persone in stato confusionale acuto, detto anche “delirio”, o con disturbi comportamentali in demenza. Se ne è dotato l’ospedale San Donato di Arezzo, il primo in Toscana e uno dei pochi in Italia ad aver portato avanti questo progetto importante e multidisciplinare.
La presentazione alla cittadinanza e alla stampa è stata effettuata questa mattina. Erano presenti il direttore sanitario della Sud Est Simona Dei, il direttore dell’ospedale Massimo Gialli, il direttore della Geriatria di Arezzo Mario Felici, il direttore della Geriatria di Pistoia Carlo Biagini, il direttore della Zona Distretto Evaristo Giglio e il direttore della Geriatria del Sant’Orsola di Bologna Maria Lia Lunardelli, la maggiore esperta a livello nazionale sull’argomento, coordinatrice della prima “Delirium” in Italia. In prima fila, i vari primari e i donatori che hanno contribuito alla raccolta fondi per sostenere l’allestimento della stanza, in particolare il Calcit, la famiglia di Giancarlo Felici, il Collegio dei Geometri della provincia di Arezzo (presente con il presidente Gianni Bruni e i consiglieri Stefano Bacciarelli ed Antonello Corsi) e la signora Hopkinson Joan Margaret. La Asl ha provveduto ai necessari lavori di ristrutturazione.
“Il delirio è una patologia tempo dipendente – ha dichiarato Felici – Questo significa che più si prolunga la sua fase e più danni vengono causati al cervello. Per questo è importante avere un luogo dove, evitando i farmaci antipsicotici che generano perdita di autosufficienza, si possa gestire la fase acuta, con accanto un familiare che può restare in stanza giorno e notte. Nessun sedativo ma accorgimenti, strumenti e attività che rilassino il paziente: luci colorate, colonne con bolle d’acqua interattive, musicoterapia, una culla che accoglie in sicurezza il paziente. La multisensorialità, con stimolazioni visive, tattili e ludiche, non è un gioco: ha un fondamento scientifico importante e il suo utilizzo permette di uscire dalla fase di delirio e di fare rientro a casa in tempi più brevi. La “Delirium Room” non ha, volutamente, niente di ospedaliero. Si tratta di un ambiente familiare, con arredi accoglienti, colori pastello, c’è un impianto per la musica, la tv, l’orologio e il calendario, perché il paziente non deve sentirsi disorientato. C’è un angolo adibito ai pasti, con una tavola dove pranzare e cenare con il familiare. La notte si è liberi di alzarsi, guardare la televisione, prepararsi una bevanda calda, svolgere attività ludica secondo programmi di terapia occupazionale”.
“La Delirium room, nonostante il nome, non è solo una stanza, per quanto speciale. Si tratta di un progetto assistenziale che mette al centro dell’attenzione dei professionisti e della struttura ospedaliera una condizione, come il Delirium, molto frequente nei ricoverati, soprattutto anziani – ha spiegato Lunardelli – Questa sindrome è espressione di molteplici condizioni cliniche, alcune delle quali anche molto severe, il cui mancato riconoscimento e gestione può avere conseguenze negative per il paziente, per la famiglia e per i servizi sanitari. Nella nostra esperienza a Bologna la “Delirium room” ha permesso di sviluppare una maggiore consapevolezza del problema e una collaborazione tra il team geriatrico e gli altri reparti sia sul piano clinico sia su quello professionale”.

“Il Delirium riguarda quasi un anziano su 4 ricoverati in ospedale – ha spiegato Biagini – Si può manifestare nella forma iperattiva (stato di agitazione), nella forma ipoattiva (fino allo stato soporoso, spesso non diagnosticato) o nella forma mista (alternanza stato iperattivo/stato ipoattivo). Da alcuni anni, per il trattamento, sono state proposte le “Delirium Room”, che consentono di accogliere il paziente insieme al proprio caregiver, che può collaborare in maniera continuativa con il personale di assistenza ed essere al tempo stesso beneficiario di un programma di educazione e counselling. Secondo me c’è ancora troppa poca sensibilità nel confronto di tale problematica. Merito quindi a Mario Felici che con perspicacia è riuscito a realizzare la Delirium Room nella Geriatria di Arezzo e ringrazio per avermi invitato all’inaugurazione”.

La presenza di delirio e di demenza in ospedale ha un impatto sfavorevole, sia a breve che a lungo termine e comporta: un aumento della mortalità del 30-40% nell’arco di 90 giorni; un aumento dei tempi di degenza; un peggioramento del quadro cognitivo nell’arco di 3-6 mesi; un aumento di 5 volte del rischio di complicanze nosocomiali e dei rischio di istituzionalizzazione pari al 30-40%; un aumento del rischio di ri-ospedalizzazione entro 30 giorni; effetti negativi su operatori e familiari. Inoltre, studi documentano un’incidenza di delirium pari al 28,5% nei ricoverati in Neurologia,al 24,7% in Geriatria, al 21,2% in Medicina, al 20,6% in Ortopedia e al 14% in Riabilitazione.
“Per il Calcit si tratta di una donazione che va a sostenere persone fragili, quindi con un valore che va oltre l’impegno economico – ha commentato Sassoli – Impegno economico complessivo importante (circa 50.000 euro) sommando i costi dei .lavori di ristrutturazione sostenuti dalla Asl sud est e la donazione degli arredi da parte dei cittadini. Inoltre, offrire nuovi servizi che fino ad oggi non erano presenti nel nostro ospedale, è il motivo per cui questa città è impegnata da oltre 40 anni, ponendo particolare attenzione ai bisogni della salute di tutti i cittadini”.

“Il progetto Delirium Room dell’ospedale di Arezzo – ha concluso il direttore sanitario Dei – rende possibile lo sviluppo di un modello assistenziale continuo nella rete Ospedale-Territorio della Zona Arezzo-Casentino-Valtiberina, integrando la rete ambulatoriale della demenza con il Pronto Soccorso e la gestione del ricovero ospedaliero in setting specifici. La collaborazione continua fra il team multidisciplinare territoriale esperto in demenza e quello ospedaliero rappresenta la vera integrazione fra ospedale e territorio per una patologia che vede coinvolte moltissime famiglie nella cura dei loro cari”.

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